Populismo ed economia in Europa: cambiare l’establishment è la soluzione per la crescita?

Ultimo aggiornamento: 16 luglio 2026

Negli ultimi anni, abbiamo assistito a una crescita continua dei partiti populisti in tutta Europa: in Italia, Movimento 5 Stelle, Lega e Fratelli d'Italia; in Spagna, Vox e Podemos; in Francia, Rassemblement National e La France insoumise; e in Germania, Alternative für Deutschland. In Italia, nel 2014, sommavano circa il 27% dei consensi, mentre i sondaggi attuali del 2026 li danno al 47%. In Spagna da 0 a 15%. In Francia, si è passati dal 25% al 31%. In Germania, da 0 a 19%. Sappiamo che la diffusione è legata alla sfiducia nei confronti dei partiti tradizionali, non considerati più in grado di risolvere la crisi economica, ma la fiducia riposta nei partiti che chiedono un cambio di establishment è davvero la soluzione?

È bene iniziare con una definizione di populismo. Cas Mudde (2007), uno dei maggiori studiosi del fenomeno, lo definisce un'ideologia debole (basata su poche idee) che divide la società tra popolo puro ed élite corrotta. Tra questi due gruppi c’è una lotta morale tra il bene del popolo e il male dell’élite. Nel contesto delle democrazie liberali, negli ultimi anni, i partiti populisti -contrari a questo sistema- sono in continua ascesa. Il terzo concetto base, oltre al popolo e all’élite, è la volontà generale, contrapposta alla volontà di tutti. Rifacendosi a Rousseau, la prima corrisponde alla capacità di organizzare i vari interessi e di governare; la seconda, invece, rappresenta solo la somma dei vari interessi. Ovviamente, i politici dovrebbero seguire la volontà generale, e i politici populisti dicono di essere gli unici a farlo, muovendo una forte critica ai politici tradizionali che, seguendo uno schema aristocratico, trattano i cittadini in modo passivo. Questa è la base ideologica.

Da un punto di vista economico, quindi, i dettami principali mirano ad aiutare il “popolo”, con il protezionismo e il nazionalismo economico contrapposti alla globalizzazione, considerata causa della perdita di potere popolare. Un’analisi del Kiel Institute, uno dei più importanti think tank in ambito economico internazionale, può aiutare a comprendere appieno l’impatto economico. Come loro notano, l’elemento che caratterizza i partiti populisti sia a destra sia a sinistra è l’uso di questo odio nei confronti della classe dirigente corrotta. Questo, a livello economico, si traduce in un indebolimento dell’economia del paese, visto che, come promesso, vanno contro la legge e i sistemi politici di controllo, rendendo però la vita ancora più difficile al “popolo” che dichiarano di difendere. I partiti populisti di destra si concentrano sulle differenze etniche e culturali, accusando le élite di stare dalla parte dei migranti e non del vero “popolo”. A sinistra, invece, attaccano le élite finanziarie in quanto “saccheggiatrici” delle risorse del popolo. La loro analisi ha individuato un pattern: in media, dopo 15 anni di governo, il PIL è del 10% più basso in un governo populista rispetto a un non populista. I motivi? Il protezionismo, portato avanti con una retorica nazionalista che porta a imporre dazi e barriere agli investimenti internazionali. In secondo luogo, il fatto che vadano contro la legge, indebolendo le istituzioni democratiche, senza alcuna preoccupazione. Questi elementi hanno un effetto negativo sulla crescita economica, perché le istituzioni democratiche servono a proteggere dagli interventi arbitrari e a favorire gli investimenti e il libero scambio. Di conseguenza, i partiti populisti possono solo cercare di essere demagogici e di convincere che aiutino l’economia, ma i dati mostrano il contrario.

Inoltre, come dimostra un’ulteriore analisi di Brzozowki e Gorzelak (2025), la presenza di governi populisti è associata a uno spread più elevato sui titoli nazionali (e, di conseguenza, i mercati finanziari li considerano portatori di rischio). Però, se sono presenti forti salvaguardie fiscali, la situazione migliora; quando sono deboli, la presenza di partiti populisti aumenta lo spread di 7 punti per ogni aumento del 10% dei posti che hanno in parlamento, mentre quando sono forti, lo spread aumenta solo di 3,8 punti percentuali. Perciò, la vittoria di un partito populista comporta costi fiscali e un impatto negativo sull’economia. Infatti, come nota Locatelli (2026), negli ultimi anni si è verificata una continua depoliticizzazione della politica fiscale europea, che potrebbe essere stata alla base dell’ascesa dei partiti populisti: a causa di debiti sempre crescenti, sono state introdotte regole fiscali sempre più tecniche cosicché non potessero esserci critiche di natura politica. Ma questo ha creato un altro tipo di disaccordi e controversie, e questo sistema di governo tecnocratico ha permesso agli attori politici di contestare le leggi, invocando un sistema più semplice, con la risposta populista che si è mostrata tale.

Ma consideriamo casi sia a sinistra che a destra in cui questo è accaduto e in cui non è accaduto. In Italia, per esempio, c’è una forte pressione populista, con un governo chiaramente di questa matrice rimasto al potere per 2 anni (Lega/M5S), ma vi sono forti vincoli istituzionali legati all’UE e una Costituzione più strutturata. Di conseguenza, la rottura con l’establishment e il collasso economico non si sono verificati: però non c’è stata nemmeno una crescita. Invece, in Ungheria, dopo Fidesz, il partito di Viktor Orbán è rimasto al potere tra il 2010 e il 2026; la pressione populista, a causa di salvaguardie e meccanismi di difesa più deboli, ha avuto un impatto più marcato: infatti, la crescita iniziale, sull’onda ottimistica, è stata positiva, ma dal 2020 in poi si sono alternati recessione e crescita stagnante. E anche lo spread, a supporto della teoria esposta in precedenza, è aumentato. Per fare un confronto, il Bund tedesco è preso come punto di riferimento a spread 0. In Italia, è passato da circa 100-200 nel 2020 a essere sotto i 100 ora. In Ungheria, invece, da 100 a 450. Di conseguenza, il rischio finanziario ha chiaramente un legame con il tipo di governo, populista o meno, anche se i meccanismi di salvaguardia nazionale e il legame con l’UE hanno altresì un impatto.

Consideriamo ora, invece, la Spagna e la Finlandia, con due governi, rispettivamente di centrosinistra e centrodestra, ma di stampo più tradizionale, non populista. La Spagna ha registrato una crescita maggiore (2-3,5%) con uno spread compreso tra 90 e 110, mentre la Finlandia ha registrato una crescita più bassa (0-1%) con uno spread compreso tra 20 e 40. Sembra quindi che la soluzione proposta dai partiti populisti, quella di cambiare semplicemente l’establishment, non abbia ancora riscontro nei fatti e non comporti un’immediata crescita, poiché le istituzioni e il contesto macroeconomico restano gli elementi più rilevanti e gli esperimenti populisti sono stati, per il momento, in gran parte fallimentari.

A cura di Tommaso Prever


Fonti

Cas Mudde & Cristóbal Rovira Kaltwasser. (2017). Populism: A Very Short Introduction. Oxford University Press.

Kiel Institute for the World Economy. (n.d.). The economic consequences of populism. Kiel Focus.

Papers SSRN. (2026). Pricing populism: Populist parties, fiscal rules and sovereign bond spreads in Europe (SSRN Working Paper No. 5743407).

Tandfonline / Taylor & Francis. (2026). The depoliticisation of fiscal policy in the EU.