Perché l’Europa non può più permettersi di essere divisa

Ultimo aggiornamento: 1 ottobre 2026

Mario Draghi ha recentemente affermato che, per rispondere alla crescente pressione dei competitor, l’Unione Europea deve concentrarsi su tre problemi: sviluppare un piano di decarbonizzazione più competitivo, ridurre il divario tecnologico con la Cina e gli Stati Uniti e, infine, rafforzare la sicurezza. In un contesto geopolitico di sempre maggiore incertezza e di tensione tra grandi potenze, fra tutte la Cina e gli Stati Uniti, accompagnato, al contempo, dalla presenza degli altri paesi BRICS originali (Brasile, Russia, India e Sudafrica) e dall’ingresso di nuovi in questo gruppo (Egitto, Etiopia, Indonesia, Iran, Arabia Saudita ed Emirati Arabi), la domanda su quale sia il ruolo dell’Europa sorge sempre più spontanea e rilevante. E questo non è solo un discorso astratto sul futuro dell’Europa, ma basato su un’analisi economica fondamentale: un’Unione Europea più integrata e federale garantirebbe costi minori e benefici maggiori, rispetto all’attuale Unione - frammentata e ostaggio degli stati membri. Questa analisi si concentrerà sui benefici nei settori della difesa, del mercato unico e, infine, sul bilancio europeo.

Prima di tutto, è bene partire da alcuni dati economici. Secondo uno studio dell’Unione Europea di novembre 2024, il costo di un’UE priva di una difesa comune comporta spese in questo ambito comprese tra 18 e 57 miliardi annui. Una maggiore cooperazione difensiva porterebbe vantaggi a tutti gli stati, grazie a incentivi finanziari e a una politica comune, assicurando, ovviamente, maggiore sicurezza ed efficacia. Questa, poiché dovrà necessariamente essere affiancata da una politica estera comune, implicherebbe processi decisionali più semplici in materia. Inoltre, se intesa in senso federale, apporterebbe benefici economici, poiché eviterebbe di disperdere gli investimenti in 27 diversi ministeri nazionali, permettendo quindi di ottimizzare le spese. Ma quali sono le difficoltà che impediscono una maggiore integrazione in materia di difesa? Principalmente due: la prima è la paradossale presenza di una imponente capacità militare, senza però un equipaggiamento di livello a causa della scarsa collaborazione tra gli stati membri (infatti il personale militare attivo, ammonta a circa 1.3-1.5 milioni in UE e a 1.3 milioni negli Stati Uniti ma i primi collaborano con sistemi differenti, aumentando costi e disorganizzazione); la seconda è la mancanza di investimenti in innovazione tecnologica nel settore, con un mercato comune non proprio definibile tale, il che causa grandi sprechi economici e la mancanza di un sistema di difesa ben organizzato.

Il secondo tema è quello del mercato unico. Dopo esser nato in un contesto decisamente più piccolo, quando l’Unione Europea era ancora nota come Comunità Europea, esso aveva l’obiettivo di promuovere una maggiore collaborazione e solidarietà tra gli stati membri. Oggi, come sottolineato anche da Enrico Letta in un report sul mercato unico (2024), sono necessarie nuove misure perché ciò che un tempo era sufficiente non basta più. Ora, il libero mercato, basato fino ad oggi su quattro libertà (libertà di movimento di persone, beni, servizi e capitali), deve compiere un passo successivo, includendo una “quinta libertà”: la libera circolazione in ambito di ricerca, innovazione e educazione. Questo permetterebbe di unire al meglio le migliori menti europee, favorendo una maggiore cooperazione tra gli stati e incrementando la competitività. Infatti, uno studio della Commissione Europea di Paolo Pasimeni (2023) ha recentemente concluso che l’introduzione del mercato comune nel 1993 ha avuto un impatto economico tale da comportare una crescita del Pil del 3 o 4%, creando 3,6 milioni di posti di lavoro. E se questo è stato possibile con una forma di mercato, comunque, ancora imperfetta e in un mondo meno globalizzato, in cui non era ancora necessaria, come oggi, una stretta collaborazione, quanto importante potrebbe diventare se includesse, come propone Letta, energia, ricerca, finanza, telecomunicazioni e difesa, con alla base una maggiore ricerca condivisa?

Infine, consideriamo il bilancio europeo. L’attuale bilancio UE 2021-2027 ammonta a circa 1200 miliardi di euro, pari a una media di 174 miliardi l’anno (circa l’1% del pil europeo, visto che quest’ultimo è pari a 18.000 miliardi di euro). La proposta della Commissione per il settennato 2028-2034 presenta un leggero aumento, ma non ha ancora ricevuto l’approvazione degli Stati membri, alcuni dei quali premono per un ridimensionamento. È chiaro che le decisioni continuano a basarsi sul principio del “giusto ritorno”, anche perché la maggior parte delle risorse che compongono il bilancio dell’Unione europea sono frutto di trasferimenti diretti degli Stati membri. Confrontando il bilancio dell’UE con quello di Stati federali, notiamo immediatamente la differenza. Gli Stati Uniti hanno un bilancio pari al 22-24% del Pil, mentre la Germania ha un bilancio pari al 12-14% del Pil e le principali entrate sono costituite da risorse proprie. Ciò di cui avrebbe bisogno l’Unione oggi è di un bilancio più sostanzioso, alimentato da vere risorse proprie e non più dipendente dai trasferimenti diretti degli Stati, capace così di finanziare beni pubblici europei e affrontare adeguatamente le sfide comuni.

A questo si aggiungono due ulteriori elementi. Primo, la necessità di unanimità nel Consiglio dell’Unione Europea su temi fondamentali quali la politica estera, la difesa e l’allargamento dell’Unione, la cui mancanza rende difficile una risposta coordinata, poiché il veto su queste ed altre questioni strategiche ostacola prese di posizione concrete ed efficaci. Secondo, il fatto che l’Unione europea sia stata costruita per un altro mondo, in un’altra epoca, in cui gli stati europei si potevano permettere di non essere uniti, potendo contare ad esempio sulla partnership con gli Stati Uniti. Oggi, la situazione è differente: tra gli Stati Uniti, che intraprendono una politica isolazionista sul piano economico e interventista al di fuori dei propri confini, la Cina in continua crescita economica, la Russia sempre più vicina ai confini europei occidentali e gli altri paesi dei BRICS sempre più uniti e coesi, la necessità di essere più uniti economicamente e politicamente non si è mai rivelata così urgente. Il costo della non unità, quindi, rischia di non essere solo più economico, ma anche esistenziale, e sembra chiaro che Mario Draghi abbia proprio ragione nell’affermare che, se l’Europa non passerà da confederazione a federazione, il possibile conto da pagare sarà quello di entrare in una fase di stagnazione economica permanente e di irrilevanza politica. L’innovazione che l’Europa dovrà affrontare sarebbe quindi quella di trovarsi, per la prima volta, sempre più fuori dai giochi mondiali.

A cura di Tommaso Prever


Articolo realizzato in collaborazione con

Gioventù Federalista Europea

Fonti

Draghi, M. (2024). The Future of European Competitiveness

European Commission / EEAS (2024). A Strategic Compass for Security and Defence

European Commission (2024). The EU Budget and its Financing

European Commission (2024). Single Market

European Defence Agency (2023). Defence Data 2022–2023

International Monetary Fund (2024). World Economic Outlook Database

Letta, E. (2024). Much More Than a Market

NATO (2024). Defence Expenditure of NATO Countries (2014–2024)

Pasimeni, P. (2023). The Single Market and its impact on the European economy. European Commission.

Baldwin, R., & Wyplosz, C. (2022). The Economics of European Integration. McGraw-Hill Education.